Vedere una persona in difficoltà in mare può generare panico e spingere a entrare immediatamente in acqua. È una reazione comprensibile, ma un soccorritore non addestrato rischia di diventare a sua volta una vittima.
Una volta portata la persona a riva, la priorità non è “farle espellere l’acqua”, bensì verificare coscienza e respirazione, allertare il 112 o il 118 e, se necessario, iniziare subito la rianimazione cardiopolmonare. Nell’annegamento la carenza di ossigeno è centrale: per questo le ventilazioni hanno un’importanza particolare.
Anche chi riprende a respirare o sembra essersi ristabilito può avere bisogno di una valutazione sanitaria. Tosse persistente, difficoltà respiratoria, sonnolenza, confusione e colorazione bluastra non devono mai essere sottovalutate.
Avvertenza: questa guida aiuta a riconoscere l’emergenza, ma non sostituisce un corso pratico di primo soccorso. Durante un caso reale bisogna chiamare immediatamente il 112 o il 118, attivare il vivavoce e seguire le istruzioni dell’operatore.
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Come soccorrere una persona che rischia di annegare
Le operazioni cambiano a seconda che la persona sia ancora in acqua, sia cosciente una volta recuperata oppure non risponda e non respiri normalmente.
La sequenza fondamentale è: proteggere il soccorritore, chiamare aiuto, recuperare la persona senza esporsi a rischi, controllare coscienza e respirazione e iniziare le manovre indicate dalla centrale operativa.
La terapia vera e propria compete ai soccorritori sanitari e all’ospedale. Chi assiste all’incidente deve invece assicurare un primo soccorso rapido, corretto e continuo fino all’arrivo dell’ambulanza.
Come riconoscere una persona in difficoltà
L’annegamento non si presenta sempre come nei film. Una persona può non riuscire a gridare perché sta impiegando tutte le proprie energie per respirare. Potrebbe tenere la testa inclinata all’indietro, la bocca appena sopra il livello dell’acqua, muovere le braccia lateralmente senza avanzare o cercare inutilmente di mettersi in posizione verticale.
Anche un nuotatore che improvvisamente resta immobile, scompare sotto la superficie o non risponde quando viene chiamato deve far scattare l’allarme. In spiaggia bisogna attirare immediatamente l’attenzione del bagnino e indicare con precisione il punto in cui è stata vista l’ultima volta la persona.
Come chiamare correttamente il 112 o il 118
Una persona precisa deve occuparsi della telefonata mentre un’altra avverte il bagnino o cerca un salvagente. Non basta gridare genericamente “chiamate un’ambulanza”, perché ciascuno potrebbe pensare che lo abbia già fatto qualcun altro.
Durante la chiamata occorre riferire:
- che si tratta di un possibile annegamento;
- il nome della spiaggia, dello stabilimento o del Comune;
- il punto di accesso più vicino per i mezzi di soccorso;
- quante persone sono coinvolte;
- se la persona è ancora in acqua oppure è stata recuperata;
- se è cosciente e se respira normalmente;
- il proprio numero di telefono.
Il Ministero della Salute raccomanda di rispondere con calma alle domande, descrivere ciò che si vede e non interrompere la comunicazione finché non lo chiede l’operatore. Se possibile, bisogna attivare il vivavoce: in questo modo si possono iniziare le manovre seguendo le istruzioni della centrale.
Bisogna entrare in acqua per salvare la persona?
Chi non è addestrato al salvataggio acquatico non dovrebbe entrare in acqua, soprattutto con mare mosso, fondale sconosciuto o correnti. Una persona nel panico può aggrapparsi al soccorritore e trascinarlo sott’acqua.
La soluzione più sicura consiste nel chiamare il bagnino e tentare un aiuto da terra, porgendo o lanciando qualcosa che galleggi: salvagente, tubo di salvataggio o altro dispositivo disponibile. Le linee guida europee sulla rianimazione del 2025 ribadiscono che la sicurezza del soccorritore viene prima dell’ingresso in acqua.
Le ventilazioni mentre si è ancora in mare sono riservate a bagnini e soccorritori specificamente addestrati, dotati di un adeguato supporto galleggiante. Un bagnante inesperto deve concentrarsi sull’allarme e sul recupero sicuro.
Cosa fare appena la persona viene portata a riva
La persona deve essere trasferita in una zona sicura, preferibilmente su una superficie rigida. Non bisogna perdere tempo cercando di immobilizzare perfettamente la colonna se non esistono elementi che facciano pensare a un tuffo, una caduta o un trauma; soprattutto, l’eventuale immobilizzazione non deve ritardare la rianimazione.
Occorre chiamarla ad alta voce e scuoterle delicatamente le spalle. Se non risponde, bisogna aprire le vie aeree inclinando con cautela la testa all’indietro e sollevando il mento, quindi controllare per non più di dieci secondi se il torace si muove e se la respirazione è normale.
Respiri isolati, lenti e rumorosi, simili a rantoli o boccheggiamenti, non sono una respirazione normale. In presenza di dubbio è necessario comportarsi come se la persona fosse in arresto cardiaco e seguire l’operatore del 112 o del 118.
Persona incosciente che non respira: ventilazioni e massaggio cardiaco
Secondo le indicazioni europee aggiornate, dopo un annegamento si devono effettuare, quando si è capaci di farlo, cinque ventilazioni iniziali, controllando che il torace si sollevi. Si prosegue quindi con cicli di 30 compressioni toraciche e 2 ventilazioni.
Nell’adulto le mani si collocano al centro del torace. Le compressioni devono avere una frequenza di 100–120 al minuto e una profondità indicativa di 5–6 centimetri, lasciando riespandere completamente il torace dopo ogni pressione.
Se il soccorritore non sa, non può o non se la sente di eseguire le ventilazioni, deve comunque praticare le compressioni seguendo le istruzioni telefoniche. Tuttavia, nell’annegamento le ventilazioni sono particolarmente importanti perché l’arresto deriva generalmente dalla mancanza di ossigeno, non da un problema cardiaco iniziale.
Come utilizzare il defibrillatore
Se sono presenti più persone, qualcuno deve cercare il defibrillatore semiautomatico esterno, spesso disponibile presso stabilimenti balneari, piscine, impianti sportivi e strutture pubbliche. La rianimazione non deve essere sospesa mentre si aspetta il dispositivo.
Prima di applicare le placche bisogna asciugare rapidamente il torace. Si accende quindi il DAE e si seguono esattamente le sue istruzioni vocali. Nessuno deve toccare la persona durante l’analisi del ritmo o l’eventuale scarica.
Il DAE non eroga automaticamente una scarica in ogni caso: la autorizza soltanto se riconosce un ritmo defibrillabile. Dopo l’analisi si riprendono immediatamente le manovre indicate.
Cosa fare se riprende a respirare
Se la persona è incosciente ma respira normalmente, la si può collocare in posizione laterale di sicurezza, salvo il sospetto di un grave trauma. La respirazione deve essere controllata continuamente perché potrebbe arrestarsi nuovamente.
Bisogna proteggerla dal freddo e dal vento, sostituendo se possibile gli indumenti bagnati con panni asciutti e isolandola dalla sabbia o dal terreno freddo. Non va lasciata sola e non le si devono somministrare cibo, bevande, farmaci o alcol.
Se è cosciente, va tranquillizzata e tenuta a riposo, preferibilmente nella posizione in cui respira meglio. Non deve alzarsi, camminare o tornare in acqua.
Perché non bisogna “svuotare i polmoni”
Non si deve appendere la persona a testa in giù, comprimerle lo stomaco o eseguire la manovra di Heimlich nel tentativo di far uscire l’acqua. Queste azioni ritardano l’ossigenazione e possono favorire vomito e aspirazione del contenuto gastrico.
Se durante la rianimazione compare materiale evidente in bocca, si gira brevemente la persona su un fianco, lo si lascia defluire e si riprendono subito le manovre. La schiuma può riformarsi e non bisogna interrompere continuamente la RCP per eliminarla. Le indicazioni sono confermate dalle linee guida ANZCOR sulla rianimazione dopo annegamento.
Serve l’ospedale se la persona sembra stare bene?
Deve essere valutata immediatamente dal sistema di emergenza ogni persona che, dopo l’immersione, abbia perso conoscenza, respirato male, inalato acqua, ricevuto ventilazioni o compressioni oppure presenti tosse persistente, affanno, dolore toracico, confusione, sonnolenza, debolezza o colorazione bluastra.
Non è corretto aspettare a casa l’eventuale comparsa di un fantomatico “annegamento secco” o “annegamento secondario”: sono espressioni superate e fuorvianti. Il problema reale è il possibile danno respiratorio causato dall’immersione, i cui sintomi richiedono una valutazione medica.
In ospedale i sanitari possono controllare ossigenazione, respirazione, temperatura, circolazione e stato neurologico, somministrando ossigeno o ventilazione quando necessari. Antibiotici e cortisonici non costituiscono invece rimedi fai da te e non devono essere assunti senza una precisa indicazione medica.
Gli errori che possono costare tempo prezioso
I comportamenti più pericolosi sono entrare impulsivamente in acqua senza addestramento, ritardare la chiamata ai soccorsi, considerare i rantoli come una respirazione normale, tentare di espellere l’acqua e interrompere troppo a lungo la rianimazione.
Non bisogna neppure dichiarare autonomamente che “ormai è troppo tardi”. In particolare, l’acqua molto fredda può causare ipotermia e modificare i tempi e le possibilità di recupero: la decisione di interrompere la rianimazione spetta esclusivamente ai sanitari.





