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Come capire se un video è vero o falso e riconoscere un deepfake

🎥 Un politico ha davvero pronunciato quelle parole? Quel video mostra davvero ciò che sostiene la didascalia? Ecco come verificare video, deepfake e contenuti generati dall’IA con strumenti accessibili a tutti.

Beppe Genova by Beppe Genova
05/10/2026
in Tecnologia, Video, audio ed editing
Reading Time: 22min read
Come capire se un video è vero o falso e riconoscere un deepfake
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Vediamo un video nel quale un personaggio famoso pronuncia una frase sorprendente. Il volto è il suo, la voce sembra autentica e persino il movimento delle labbra appare convincente. Possiamo crederci?

Fino a pochi anni fa avremmo cercato difetti evidenti: occhi strani, labbra fuori sincrono, mani deformate o movimenti innaturali. Nel 2026 questo metodo non basta più. I sistemi di intelligenza artificiale possono generare immagini in movimento, clonare voci e modificare video reali con risultati sempre più convincenti.

Ma c’è un secondo problema, spesso sottovalutato: un video può essere perfettamente autentico e contemporaneamente trasmettere un’informazione falsa. Basta tagliare una frase, modificare la velocità, sostituire l’audio oppure ripubblicare un filmato di cinque anni fa sostenendo che sia stato girato questa mattina.

Indice Guida Gratis:

  • Come sapere se un video è autentico e riconoscere un deepfake
    • Prima regola: “video falso” può significare cose molto diverse
    • Non chiediamoci soltanto “sembra vero?”
    • Primo controllo: chi ha pubblicato il video?
    • Una fonte autorevole non rende automaticamente vero un video
    • Secondo controllo: cerchiamo il video altrove
    • Fermiamo il video e trasformiamolo in fotografie
    • Cerchiamo il fotogramma con Google Lens
    • Non fermiamoci al primo fotogramma
    • InVID-WeVerify: uno degli strumenti più utili per verificare video
    • Come usare InVID in pratica
    • Guardiamo attentamente ciò che compare nella scena
    • Cerchiamo il luogo su Maps e Street View
    • Controlliamo anche il meteo
    • Ora cerchiamo i segnali di un possibile deepfake
    • Il volto: cosa osservare
    • Mani, dita e oggetti non sono più una prova infallibile
    • Guardiamo i capelli e i bordi
    • Occhi e battito delle palpebre
    • Controlliamo luce e ombre
    • La bocca e le parole
    • Cerchiamo la frase pronunciata
    • Il falso può essere nel montaggio
    • Ascoltiamo la voce separatamente
    • Audio e ambiente devono appartenere allo stesso luogo
    • Attenzione ai “detector di deepfake”
    • Content Credentials e C2PA: un controllo sempre più importante
    • Content Credentials non significa “bollino della verità”
    • E se il video è completamente generato dall’IA?
    • Non dimentichiamo la logica
    • Un esempio completo: il politico che pronuncia una frase incredibile
    • Un secondo esempio: il video è autentico ma la notizia è falsa
    • Il metodo in 10 passaggi per verificare qualsiasi video
    • Tabella rapida: cosa abbiamo davanti?
    • Cosa NON dimostra che un video sia falso
    • Cosa NON dimostra che un video sia vero
    • La verifica migliore spesso non consiste nel riconoscere l’IA
    • Prima di condividere, fermiamoci trenta secondi
    • Se scopriamo un video falso o un deepfake, a chi possiamo segnalarlo?
      • Prima di tutto: segnaliamo il video alla piattaforma
      • Il Digital Services Act ci offre ulteriori strumenti
      • Possiamo rivolgerci ad AGCOM?
      • Esistono anche i “segnalatori attendibili”
      • Se il deepfake utilizza il volto o l’identità di una persona
      • E se il video riguarda un’altra persona?
      • Quando entra in gioco la Polizia Postale?
      • E se il video riguarda salute o false cure?
      • Un falso video attribuito a un’istituzione
      • Segnalare non significa condividere per “avvertire gli altri”
      • Prima di segnalare conserviamo le prove, ma non diffondiamole
    • 🔎 Come realizziamo le nostre guide

Come sapere se un video è autentico e riconoscere un deepfake

Prima regola: “video falso” può significare cose molto diverse

Prima di cercare tracce dell’intelligenza artificiale dobbiamo capire cosa stiamo tentando di verificare.

Possiamo trovarci davanti a:

un video autentico e correttamente contestualizzato;

un video autentico associato a luogo, data o evento falsi;

un video autentico modificato o montato in maniera ingannevole;

un deepfake o un contenuto parzialmente generato dall’intelligenza artificiale;

un video completamente sintetico creato dall’IA.

Questa distinzione cambia completamente il nostro metodo di verifica.

Se una vera ripresa del terremoto avvenuto in Turchia anni fa viene pubblicata oggi sostenendo che mostri un terremoto appena avvenuto in Italia, non troveremo artefatti dell’intelligenza artificiale.

Il video è autentico.

È falsa la storia raccontata intorno al video.

Non chiediamoci soltanto “sembra vero?”

È probabilmente l’errore più comune.

Guardiamo un filmato e diciamo:

“Mi sembra vero”.

Oppure:

“Si vede subito che è IA”.

Nessuna delle due valutazioni costituisce una verifica.

La qualità dei generatori cambia rapidamente e molti dei presunti segnali infallibili dei contenuti IA diventano obsoleti.

La domanda corretta è:

quali prove abbiamo dell’origine di questo video?

Dobbiamo quindi passare dall’impressione visiva alla ricerca delle evidenze.

Primo controllo: chi ha pubblicato il video?

Prima ancora di analizzare i pixel osserviamo il post.

Chi lo ha pubblicato?

È l’autore originale oppure un account che ripubblica contenuti?

Quando è stato creato l’account?

Esiste una descrizione?

Viene indicato il luogo?

È presente una data?

Viene citata una fonte?

Se leggiamo:

“Guardate cosa sta succedendo ADESSO a Milano!”

ma non troviamo autore, luogo preciso, fonte o altre informazioni, abbiamo pochissimi elementi per verificare l’affermazione.

Cerchiamo quindi di risalire a chi ha pubblicato per primo il filmato.

Una fonte autorevole non rende automaticamente vero un video

Anche giornali, personaggi pubblici e account con milioni di follower possono condividere materiale sbagliato.

La verifica non dovrebbe quindi fermarsi a:

“Lo ha pubblicato un giornale, sarà vero”.

Una testata può aver ripreso il filmato da un’agenzia, da un cittadino, da TikTok o da un’altra fonte.

Cerchiamo la provenienza originaria.

Se più giornali riportano lo stesso video ma tutti citano il medesimo post social, non abbiamo cinque conferme indipendenti.

Abbiamo una sola fonte ripetuta cinque volte.

Secondo controllo: cerchiamo il video altrove

Copiamo alcune parole della didascalia e cerchiamole sul Web.

Aggiungiamo:

luogo;

nome della persona;

evento;

data;

frasi pronunciate nel filmato.

Se il video sostiene di mostrare un’esplosione avvenuta oggi a Roma, cerchiamo conferme indipendenti dell’esplosione.

Un evento di grande portata dovrebbe lasciare altre tracce:

notizie;

comunicati;

testimonianze;

fotografie;

video girati da altre angolazioni;

informazioni delle autorità.

L’assenza di qualsiasi altra conferma non dimostra automaticamente che il video sia falso, ma deve aumentare la nostra prudenza.

Fermiamo il video e trasformiamolo in fotografie

È una delle tecniche più efficaci.

Non esiste bisogno di cercare necessariamente l’intero video.

Possiamo estrarre alcuni fotogrammi significativi, chiamati anche keyframe.

Scegliamo momenti nei quali compaiono:

un edificio;

una persona;

un’insegna;

un monumento;

un veicolo;

un paesaggio;

un logo televisivo;

un particolare riconoscibile.

Salviamo il fotogramma o realizziamo uno screenshot.

Ora possiamo trattarlo esattamente come una fotografia.

Cerchiamo il fotogramma con Google Lens

Carichiamo lo screenshot su Google Lens.

Google può restituire immagini simili e siti nei quali compare la stessa immagine o qualcosa di molto vicino.

Potremmo fare una scoperta immediata.

Il video pubblicato oggi potrebbe provenire da un filmato YouTube del 2019.

Oppure il presunto incendio italiano potrebbe essere avvenuto in Australia.

Questa verifica è particolarmente potente contro i video autentici riciclati con una falsa didascalia.

Non fermiamoci al primo fotogramma

Un singolo screenshot potrebbe non produrre risultati.

Proviamone diversi.

Un’inquadratura generica di una strada potrebbe essere difficile da identificare.

Tre secondi dopo potrebbe comparire un edificio famoso.

Oppure un’insegna.

O una targa.

O il logo dell’emittente che aveva realizzato originariamente il servizio.

Ogni fotogramma rappresenta una nuova possibilità di ricerca.

InVID-WeVerify: uno degli strumenti più utili per verificare video

Per controlli più approfonditi possiamo utilizzare InVID-WeVerify, strumento nato proprio per assistere giornalisti e fact-checker nella verifica di immagini e filmati.

Tra le funzioni più interessanti c’è l’estrazione dei keyframe.

Invece di fermare manualmente il filmato decine di volte, possiamo fornire il video o, quando supportato, il relativo indirizzo.

Lo strumento estrae fotogrammi rappresentativi.

A quel punto possiamo effettuare ricerche inverse sui singoli frame.

InVID offre inoltre strumenti relativi a:

analisi contestuale;

metadati;

ingrandimento;

ricerca inversa;

fotogrammi;

alcuni controlli forensi.

È uno dei casi nei quali uno strumento nato per professionisti può essere estremamente utile anche a chi vuole semplicemente controllare un video ricevuto su WhatsApp.

Come usare InVID in pratica

Immaginiamo di ricevere:

“URGENTE – video dell’alluvione di oggi”.

Prendiamo il filmato o il relativo link.

Estraiamo alcuni keyframe.

Cerchiamo i fotogrammi attraverso i motori di ricerca disponibili.

Uno dei risultati ci porta a un video pubblicato quattro anni prima.

La verifica è praticamente conclusa per quanto riguarda la presunta data.

Il filmato può essere autentico, ma non mostra l’alluvione di oggi.

Questo esempio ci insegna qualcosa di fondamentale: prima di cercare un deepfake, cerchiamo sempre una possibile versione precedente del video.

Guardiamo attentamente ciò che compare nella scena

Se non troviamo copie precedenti, iniziamo l’analisi del contenuto.

Cerchiamo dettagli verificabili.

Cartelli stradali.

Lingua delle insegne.

Targhe automobilistiche.

Uniformi.

Numeri degli autobus.

Architettura.

Segnaletica.

Vegetazione.

Montagne.

Condizioni meteorologiche.

Posizione del sole.

Un video dichiarato come girato a Roma potrebbe mostrare un cartello in una lingua incompatibile con la località.

Oppure una nevicata presentata come avvenuta a luglio potrebbe essere stata girata realmente altrove o in un altro periodo.

Cerchiamo il luogo su Maps e Street View

Se riusciamo a identificare una strada, un edificio o un’attività commerciale, confrontiamo il video con le immagini disponibili nelle mappe.

Controlliamo:

forma degli edifici;

numero delle finestre;

incroci;

lampioni;

segnaletica;

montagne sullo sfondo;

posizione dei negozi.

Non dobbiamo pretendere che tutto sia identico: le immagini delle mappe potrebbero essere state acquisite anni prima.

Cerchiamo invece elementi strutturali difficili da confondere.

Controlliamo anche il meteo

Supponiamo che il video venga presentato come:

“Torino, oggi alle 14”.

Nel filmato vediamo sole pieno e cielo completamente sereno.

Se le rilevazioni meteorologiche indicano pioggia continua per l’intera giornata, abbiamo un’incongruenza da approfondire.

Il meteo non dimostra da solo che un filmato sia falso.

Ma luogo, ora, ombre, condizioni meteorologiche e altri elementi possono costruire una verifica molto solida quando concordano fra loro.

Ora cerchiamo i segnali di un possibile deepfake

Soltanto dopo aver verificato origine e contesto passiamo all’analisi dell’intelligenza artificiale.

Un deepfake utilizza tecniche di intelligenza artificiale per creare o manipolare contenuti audiovisivi in modo da far apparire una persona mentre compie o dice qualcosa che non è realmente avvenuto.

Può riguardare:

volto;

movimenti;

voce;

sincronizzazione labiale;

intera persona;

intera scena.

E non tutti i deepfake vengono realizzati nello stesso modo.

Il volto: cosa osservare

In alcuni video manipolati possono comparire anomalie intorno a:

occhi;

bocca;

denti;

orecchie;

capelli;

contorno del viso.

Osserviamo soprattutto i passaggi nei quali la persona gira la testa.

Un volto sintetico può apparire perfetto frontalmente ma mostrare anomalie durante movimenti rapidi o quando viene parzialmente coperto da una mano.

Cerchiamo cambi improvvisi nella forma del volto, contorni instabili o dettagli che sembrano apparire e scomparire.

Ma attenzione:

l’assenza di questi difetti non dimostra che il video sia autentico.

Mani, dita e oggetti non sono più una prova infallibile

Per molto tempo uno dei consigli più diffusi è stato:

“Contate le dita”.

Aveva senso con alcune generazioni di modelli.

Non possiamo però utilizzare questo trucco come test definitivo nel 2026.

I sistemi generativi sono migliorati.

Possiamo ancora trovare mani o oggetti incoerenti, ma il fatto che una persona abbia cinque dita perfettamente disegnate non certifica l’autenticità del video.

I segnali visivi devono essere considerati indizi, non verdetti.

Guardiamo i capelli e i bordi

I capelli rappresentano una zona complessa da ricostruire.

Osserviamo:

capelli mossi dal vento;

ciocche davanti al volto;

occhiali;

orecchini;

mani che passano davanti alla faccia;

microfoni;

bordi del collo.

In alcuni deepfake possono comparire fusioni momentanee o bordi instabili.

Rallentare il video può aiutarci a individuarli.

Occhi e battito delle palpebre

Anche il battito degli occhi è stato a lungo indicato come un segnale utile.

I primi deepfake potevano mostrare persone che sbattevano le palpebre troppo poco o in maniera innaturale.

Oggi non possiamo più considerarlo un criterio sufficiente.

Possiamo comunque osservare:

direzione dello sguardo;

riflessi negli occhi;

movimenti delle pupille;

coerenza tra occhi e movimento della testa.

Una stranezza può giustificare ulteriori verifiche.

Non basta però per dichiarare:

“È un deepfake”.

Controlliamo luce e ombre

Una scena sintetica deve mantenere coerente l’illuminazione.

Guardiamo da dove proviene la luce.

Se il lato destro del volto è illuminato, gli oggetti circostanti dovrebbero essere compatibili con quella direzione.

Controlliamo:

ombre sul volto;

ombra del naso;

riflessi negli occhiali;

riflessi su superfici lucide;

ombre degli oggetti;

illuminazione dello sfondo.

Anche qui dobbiamo essere prudenti: illuminazione artificiale, più sorgenti luminose e compressione video possono produrre effetti apparentemente strani anche in un filmato autentico.

La bocca e le parole

Nei video nei quali una persona sembra pronunciare qualcosa di controverso osserviamo attentamente il rapporto tra:

movimento delle labbra;

parole;

mandibola;

guance;

suono.

Un doppiaggio sintetico può produrre piccole incoerenze.

Ma le tecniche di lip-sync basate sull’IA sono diventate molto sofisticate.

Quindi una perfetta sincronizzazione non dimostra che la persona abbia realmente pronunciato quelle parole.

Dobbiamo cercare anche la registrazione originale dell’intervento.

Cerchiamo la frase pronunciata

Questo controllo è semplicissimo e potentissimo.

Un politico sembra dire:

“Domani aboliremo tutte le pensioni”.

Cerchiamo la frase tra virgolette.

Poi cerchiamo:

nome della persona + luogo + intervista + data.

Se il video proviene da una conferenza stampa, troviamo possibilmente la registrazione integrale.

Confrontiamo il passaggio.

Potremmo scoprire che il video è stato:

tagliato;

ridoppiato;

alterato;

privato della frase precedente;

privato della risposta successiva.

Il contesto può cambiare completamente il significato.

Il falso può essere nel montaggio

Immaginiamo una persona che dica:

“Qualcuno sostiene che dovremmo chiudere tutte le scuole. Io credo che sarebbe una follia”.

Tagliamo il video dopo:

“Dovremmo chiudere tutte le scuole”.

Ora possediamo un video autentico, con voce autentica e volto autentico.

Ma abbiamo creato una dichiarazione falsa.

Nessun detector di deepfake ci salverà.

Serve trovare il video completo.

Ascoltiamo la voce separatamente

L’intelligenza artificiale può clonare anche la voce.

Cerchiamo anomalie come:

intonazione eccessivamente uniforme;

respiri innaturali;

pause strane;

pronuncia inconsueta;

cambi di timbro;

rumore ambientale che varia durante le parole;

emozioni vocali non coerenti con l’espressione.

Ma ancora una volta non esiste il “difetto magico”.

Le tecnologie di clonazione vocale possono produrre risultati molto convincenti.

Audio e ambiente devono appartenere allo stesso luogo

Indossiamo le cuffie.

Una strada affollata dovrebbe produrre un ambiente sonoro compatibile.

Un discorso all’aperto dovrebbe avere caratteristiche diverse da una registrazione in studio.

Ascoltiamo:

eco;

vento;

traffico;

rumore della folla;

riverbero;

variazioni di volume.

Un audio aggiunto successivamente può avere caratteristiche acustiche differenti.

Attenzione ai “detector di deepfake”

Online troviamo siti che promettono:

“Carica il video e scopri immediatamente se è IA”.

Sono strumenti interessanti, ma non devono essere trattati come macchine della verità.

Un detector può produrre:

falsi positivi, classificando come IA un video autentico;

falsi negativi, considerando autentico un deepfake.

Inoltre un sistema addestrato sui contenuti prodotti da determinati modelli può comportarsi peggio con tecnologie nuove.

Quindi un risultato come:

“87% AI”

non equivale a:

“Questo video è sicuramente falso”.

È un segnale da inserire insieme alle altre evidenze.

Content Credentials e C2PA: un controllo sempre più importante

Nel 2026 è diventato particolarmente interessante controllare anche la provenienza digitale dei contenuti.

Lo standard C2PA permette di associare a immagini, audio e video informazioni crittograficamente firmate sulla loro provenienza e sulle eventuali modifiche.

Queste informazioni vengono spesso presentate attraverso il concetto di Content Credentials.

Quando disponibili possono indicarci informazioni come:

origine del contenuto;

strumenti utilizzati;

modifiche effettuate;

eventuale utilizzo di intelligenza artificiale.

È un approccio diverso dal tentativo di “indovinare” se un video sia artificiale osservandone i pixel.

Content Credentials non significa “bollino della verità”

Anche qui dobbiamo evitare un errore.

Le credenziali di provenienza possono aiutarci a conoscere la storia tecnica del file.

Non possono garantire che ciò che una persona dice nel video sia vero.

Una telecamera può registrare autenticamente qualcuno mentre mente.

Allo stesso modo, l’assenza di Content Credentials non significa automaticamente che un contenuto sia falso.

Il sistema è quindi una prova di provenienza e trasformazione, non un arbitro universale della verità.

E se il video è completamente generato dall’IA?

In questo caso non esiste necessariamente un “video originale” precedente.

Potremmo trovarci davanti a una scena mai accaduta.

Cerchiamo allora:

fonte;

account che l’ha pubblicata;

Content Credentials quando presenti;

altre riprese dell’evento;

conferme indipendenti;

incongruenze visive;

eventuali dichiarazioni dell’autore.

Se il filmato mostra un evento enorme ma nessun’altra persona al mondo sembra averlo ripreso, dobbiamo chiederci perché.

Non dimentichiamo la logica

Gli strumenti tecnici sono importanti, ma spesso il buon fact-checking comincia da domande elementari.

Il video sostiene di mostrare migliaia di persone?

Dove sono le altre fotografie?

È avvenuto davanti a un edificio pubblico?

Esistono telecamere o altre riprese?

Mostra una dichiarazione del Presidente della Repubblica?

Esiste la registrazione ufficiale?

Mostra un evento sportivo?

Possiamo controllare la partita originale?

Prima di cercare pixel strani, cerchiamo la realtà esterna che dovrebbe accompagnare ciò che vediamo.

Un esempio completo: il politico che pronuncia una frase incredibile

Riceviamo su WhatsApp un video.

Un importante politico sembra annunciare una decisione clamorosa.

Non partiamo dicendo:

“È sicuramente un deepfake”.

Cerchiamo innanzitutto la dichiarazione.

Controlliamo i profili e i canali ufficiali.

Cerchiamo la conferenza stampa completa.

Estraiamo un fotogramma e utilizziamo Google Lens.

Con InVID cerchiamo eventuali versioni precedenti.

Troviamo la registrazione originale.

Il politico indossa gli stessi vestiti, si trova nello stesso luogo e compie gli stessi movimenti.

Ma pronuncia parole differenti.

A questo punto abbiamo una forte indicazione che immagine e movimento provengano da un filmato reale mentre l’audio o la sincronizzazione labiale sono stati manipolati.

Questa è una verifica molto più robusta del semplice:

“Secondo me la bocca si muove in modo strano”.

Un secondo esempio: il video è autentico ma la notizia è falsa

Un post afferma:

“Violentissima grandinata oggi a Milano”.

Il video appare assolutamente realistico.

Nessun difetto.

Nessun deepfake.

Estraiamo un fotogramma.

Google Lens trova lo stesso edificio.

InVID ci porta a un filmato precedente.

Scopriamo che la registrazione era stata pubblicata nel 2022 in Argentina.

Risultato:

video autentico;

evento autentico;

didascalia falsa.

È probabilmente uno dei casi che incontreremo più spesso.

Il metodo in 10 passaggi per verificare qualsiasi video

  1. Individuiamo chi lo ha pubblicato e cerchiamo la fonte originale.
  2. Controlliamo data, luogo e descrizione attribuiti al filmato.
  3. Cerchiamo conferme indipendenti dell’evento.
  4. Estraiamo diversi fotogrammi significativi.
  5. Cerchiamo i frame con Google Lens e altri motori di ricerca inversa.
  6. Utilizziamo InVID-WeVerify per keyframe, contesto e ulteriori verifiche.
  7. Cerchiamo la versione integrale se il filmato contiene dichiarazioni.
  8. Analizziamo immagine e audio alla ricerca di manipolazioni o anomalie.
  9. Controlliamo provenienza e Content Credentials, quando disponibili.
  10. Confrontiamo tutte le evidenze prima di stabilire se il video sia autentico, manipolato, fuori contesto o sintetico.

Non dobbiamo necessariamente eseguire tutti e dieci i passaggi ogni volta.

A volte il quinto risolve già il caso.

Tabella rapida: cosa abbiamo davanti?

Cosa scopriamo Probabile situazione
Troviamo lo stesso video pubblicato anni prima Video riciclato/fuori contesto
Troviamo l’originale ma le parole sono diverse Possibile manipolazione audio/lip-sync
Troviamo l’intervento completo e manca una parte decisiva Montaggio ingannevole
Nessuna fonte + anomalie visive/audio + provenienza sintetica Possibile video generato/manipolato con IA
Content Credentials indicano generazione IA Forte evidenza della provenienza sintetica dichiarata
Detector IA dà punteggio elevato ma non abbiamo altre prove Risultato da approfondire, non verdetto
Fonte originale, altre riprese e contesto coincidono Evidenze favorevoli all’autenticità
Video autentico ma luogo/data non coincidono Contenuto vero usato per una notizia falsa

Cosa NON dimostra che un video sia falso

Non basta trovare:

una mano strana;

un movimento insolito;

un volto troppo liscio;

un riflesso curioso;

un salto nella compressione;

una voce metallica.

WhatsApp, TikTok, Instagram, Facebook e altre piattaforme comprimono i video.

Filtri, stabilizzazione, HDR, riduzione del rumore, rallentamenti e conversioni possono inoltre produrre artefatti.

Un’anomalia è un indizio da verificare, non una condanna.

Cosa NON dimostra che un video sia vero

Vale anche l’opposto.

Non possiamo dire:

“Le mani sono perfette, quindi non è IA”.

“Le labbra sono sincronizzate, quindi ha davvero pronunciato quelle parole”.

“Non vedo difetti, quindi è autentico”.

“Un detector dice 8% IA, quindi è vero”.

“Lo hanno condiviso centomila persone, quindi deve essere successo”.

Nessuna di queste conclusioni è valida.

La verifica migliore spesso non consiste nel riconoscere l’IA

Questo è probabilmente il concetto più importante da ricordare.

Con l’evoluzione dell’intelligenza artificiale diventerà sempre più difficile riconoscere un contenuto sintetico semplicemente osservandolo.

Dovremo spostare progressivamente la domanda da:

“Riesco a vedere che è falso?”

a:

“Riesco a dimostrare da dove proviene?”

Fonte, cronologia, altre registrazioni, provenienza digitale, versione originale e conferme indipendenti sono spesso più affidabili della caccia all’occhio strano o al dito deformato.

Prima di condividere, fermiamoci trenta secondi

Un video che ci provoca immediatamente rabbia, paura, indignazione o stupore è proprio quello sul quale dovremmo rallentare.

Non perché sia necessariamente falso.

Ma perché chi produce disinformazione sa perfettamente che le emozioni accelerano la condivisione.

Se un filmato sembra incredibile, prima di inoltrarlo chiediamoci:

“Chi lo ha pubblicato per primo?”

“Esiste altrove?”

“Quando è apparso?”

“Esiste il video completo?”

“Ci sono altre riprese?”

“Posso trovare una fonte indipendente?”

Sono domande semplici.

Ma possono essere molto più efficaci del più sofisticato detector di deepfake.

Se scopriamo un video falso o un deepfake, a chi possiamo segnalarlo?

Una volta accertato, o almeno fortemente sospettato, che un video sia falso, manipolato o generato attraverso l’intelligenza artificiale, possiamo fare qualcosa oltre a evitare di condividerlo?

Sì.

In determinate situazioni segnalarlo può essere particolarmente importante nell’interesse collettivo, soprattutto quando il contenuto potrebbe provocare un danno concreto: pensiamo a un falso video attribuito a un’autorità pubblica, a un medico che sembra consigliare una terapia inesistente, a false immagini di una guerra o di una calamità, a un deepfake utilizzato per una truffa oppure a un filmato costruito per attribuire falsamente parole o comportamenti a una persona.

Non esiste però in Italia un unico “Garante dei video falsi”.

Dobbiamo scegliere il canale in base al problema.

Prima di tutto: segnaliamo il video alla piattaforma

Se il contenuto circola su Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, X o un’altra piattaforma, il primo intervento può essere utilizzare la funzione Segnala disponibile accanto al contenuto.

Cerchiamo la categoria più pertinente, che può riguardare, a seconda della piattaforma:

contenuto manipolato;

disinformazione;

impersonificazione;

truffa;

molestie;

violazione della privacy;

contenuto illegale.

Conserviamo però prima gli elementi necessari a documentare ciò che abbiamo trovato.

Annotiamo almeno:

URL del video;

nome dell’account;

data e ora;

piattaforma;

motivo per cui riteniamo il contenuto falso;

eventuale video originale;

fonti utilizzate per verificarlo.

Se il contenuto viene successivamente cancellato, questi elementi possono essere molto utili.

Il Digital Services Act ci offre ulteriori strumenti

Nell’Unione Europea il Digital Services Act – DSA ha introdotto regole specifiche per le piattaforme online e meccanismi attraverso i quali gli utenti possono segnalare contenuti ritenuti illegali.

Le piattaforme devono mettere a disposizione sistemi di segnalazione e gestione dei reclami secondo le condizioni previste dal regolamento.

Questo non significa però che qualsiasi informazione falsa sia automaticamente un “contenuto illegale”.

È una distinzione fondamentale.

Un video può essere falso, stupido o fortemente fuorviante senza integrare necessariamente un illecito.

La situazione cambia quando il contenuto coinvolge, per esempio, truffe, diffamazione, violazioni della privacy, minacce, impersonificazione o altre condotte illecite.

Possiamo rivolgerci ad AGCOM?

In Italia AGCOM – Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni è il Coordinatore dei servizi digitali previsto dal Digital Services Act.

Dal 2025 esiste inoltre una procedura attraverso la quale destinatari dei servizi, o soggetti che agiscono per loro conto nelle condizioni previste, possono presentare ad AGCOM un reclamo per presunte violazioni del DSA da parte dei prestatori di servizi intermediari.

Attenzione alla differenza.

Non si tratta semplicemente di scrivere ad AGCOM:

“Ho trovato un video falso, eliminatelo”.

Il reclamo DSA riguarda il rispetto degli obblighi che il regolamento impone ai servizi intermediari e alle piattaforme.

Può quindi diventare rilevante, per esempio, quando riteniamo che una piattaforma non stia rispettando gli obblighi previsti dal DSA nella gestione dei contenuti, delle segnalazioni o degli altri strumenti di tutela degli utenti.

AGCOM mette a disposizione sul proprio sito il modello e le istruzioni per i reclami ai sensi dell’articolo 53 del Digital Services Act.

Esistono anche i “segnalatori attendibili”

Il Digital Services Act ha introdotto anche la figura dei Trusted Flaggers, tradotti in italiano come segnalatori attendibili.

Sono soggetti dotati di specifiche competenze ai quali il Coordinatore dei servizi digitali riconosce formalmente questa qualifica.

Le loro segnalazioni di contenuti illegali devono essere trattate prioritariamente dalle piattaforme e senza indebito ritardo secondo quanto previsto dal DSA.

Non significa che ogni cittadino possa dichiararsi “segnalatore attendibile”: è una qualifica riconosciuta secondo una specifica procedura.

Sapere che questo sistema esiste è comunque importante perché mostra come la lotta ai contenuti illegali online non dipenda esclusivamente dagli algoritmi delle piattaforme.

Se il deepfake utilizza il volto o l’identità di una persona

Un deepfake può coinvolgere anche la protezione dei dati personali.

Pensiamo a un video nel quale il volto di una persona reale viene utilizzato senza consenso per farle apparentemente pronunciare frasi mai dette o compiere azioni mai avvenute.

In questi casi può diventare rilevante il Garante per la protezione dei dati personali.

Il Garante distingue, tra gli strumenti disponibili, il reclamo e la segnalazione.

Il reclamo permette all’interessato di rappresentare una presunta violazione della normativa sulla protezione dei dati e chiedere all’Autorità di intervenire.

Esiste inoltre la possibilità di effettuare una segnalazione al Garante nei casi previsti.

Lo stesso Garante ha dedicato indicazioni specifiche alle situazioni nelle quali una persona trova online proprie immagini o deepfake, ricordando che, in presenza dei presupposti, può essere richiesto l’intervento dell’Autorità anche per ottenere provvedimenti urgenti.

E se il video riguarda un’altra persona?

Qui dobbiamo distinguere ulteriormente.

Se il deepfake utilizza il nostro volto, la nostra voce o i nostri dati personali, possiamo esercitare direttamente gli strumenti di tutela previsti.

Se invece scopriamo un video falso riguardante un’altra persona, non possiamo automaticamente esercitare tutti i diritti che spettano all’interessato.

Possiamo però:

segnalare il contenuto alla piattaforma;

avvisare la persona o l’organizzazione coinvolta;

segnalare eventuali possibili illeciti alle autorità competenti;

fornire alle organizzazioni di fact-checking gli elementi raccolti;

evitare di contribuire ulteriormente alla diffusione del contenuto.

In alcuni casi proprio avvertire rapidamente la persona impersonata può essere molto utile: potrebbe non sapere che il proprio volto o la propria voce vengono utilizzati in un deepfake.

Quando entra in gioco la Polizia Postale?

Se il video non è semplicemente falso ma viene utilizzato nell’ambito di una possibile condotta illecita, la situazione cambia.

Pensiamo a:

una truffa;

un’estorsione;

un ricatto;

una falsa raccolta di denaro;

un deepfake utilizzato per impersonare qualcuno e ottenere pagamenti;

minacce;

altre possibili condotte penalmente rilevanti.

In questi casi non limitiamoci alla segnalazione social.

Possiamo rivolgerci alle forze dell’ordine, e per i fenomeni criminali legati alla rete può essere particolarmente pertinente la Polizia Postale.

Se esiste un rischio immediato per qualcuno o siamo davanti a una situazione di emergenza, dobbiamo invece utilizzare i normali canali di emergenza delle autorità.

E se il video riguarda salute o false cure?

Immaginiamo un deepfake nel quale un noto medico sembra affermare:

“Questo prodotto cura il diabete in sette giorni”.

Il video contiene il volto autentico del medico, ma voce e parole sono state generate artificialmente e sotto compare un link per acquistare il prodotto.

Non siamo più soltanto davanti a un esperimento tecnologico.

Potrebbero entrare in gioco contemporaneamente:

impersonificazione;

utilizzo illecito dell’immagine;

pubblicità ingannevole;

possibile truffa;

rischio per la salute.

In una situazione del genere segnaliamo innanzitutto il contenuto alla piattaforma e avvertiamo, quando possibile, il professionista o l’organizzazione impersonata.

In presenza di una possibile attività illecita possiamo inoltre rivolgerci alle autorità competenti.

Un falso video attribuito a un’istituzione

Prestiamo particolare attenzione quando il video sembra provenire da:

Presidenza della Repubblica;

Governo;

Ministeri;

Protezione Civile;

Comune;

Regione;

Forze dell’ordine;

AIFA;

Istituto Superiore di Sanità;

altre amministrazioni pubbliche.

Cerchiamo immediatamente il contenuto sui canali ufficiali dell’istituzione.

Se non compare, possiamo contattare l’ente attraverso i recapiti presenti sul sito istituzionale, evitando quelli forniti dallo stesso post sospetto.

Un falso messaggio istituzionale relativo a un’emergenza può infatti avere conseguenze collettive molto più gravi di una normale bufala.

Segnalare non significa condividere per “avvertire gli altri”

C’è un errore che dobbiamo evitare.

Troviamo un deepfake pericoloso e decidiamo di pubblicarlo integralmente scrivendo:

“ATTENZIONE, QUESTO VIDEO È FALSO! CONDIVIDETE!”.

Potremmo ottenere l’effetto opposto.

Stiamo aumentando:

visualizzazioni;

copie;

download;

possibilità che il video venga estratto dal nostro post e ripubblicato senza la nostra spiegazione.

Se vogliamo informare altre persone, è preferibile condividere la verifica o la fonte che smentisce il filmato piuttosto che contribuire alla circolazione del contenuto falso.

Prima di segnalare conserviamo le prove, ma non diffondiamole

Se pensiamo che il contenuto possa essere rilevante per una

🔎 Come realizziamo le nostre guide

Le guide di Guide-Online vengono realizzate confrontando documentazione ufficiale, strumenti effettivamente disponibili e metodologie utilizzate nella verifica dei contenuti digitali.

Per questa guida abbiamo verificato in particolare il funzionamento della ricerca visuale di Google Lens e la documentazione del progetto InVID relativa all’estrazione dei keyframe, alla ricerca inversa dei fotogrammi, all’analisi contestuale e ai metadati. Abbiamo inoltre considerato lo standard C2PA e le Content Credentials per la verifica della provenienza e delle modifiche apportate ai contenuti digitali.

Evitiamo volutamente di presentare singoli difetti visivi o detector automatici come sistemi infallibili per riconoscere un deepfake: con l’evoluzione dei modelli generativi, la verifica più affidabile deriva dall’incrocio tra provenienza, fonte originale, cronologia, contesto, ricerca inversa e analisi del contenuto.

Data revisione: 4 ottobre 2026

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Beppe Genova

Beppe Genova

Beppe Genova è autore e responsabile editoriale di Guide-Online.it. Cura guide pratiche e tutorial verificando fonti, procedure e aggiornamenti, con particolare attenzione alla chiarezza e all’utilità per i lettori.

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