Una guerra non si comprende attraverso un film. E probabilmente neppure attraverso dieci.
Il cinema può però fare qualcosa che una cronologia, una cartina geografica o una pagina di storia difficilmente riescono a fare: portarci dentro una casa, davanti a un checkpoint, nella stanza di un servizio segreto, nella memoria di un soldato, nella quotidianità di una famiglia palestinese o nella paura di un israeliano. Soprattutto può mostrarci come persone diverse abbiano vissuto e raccontato gli stessi decenni da prospettive radicalmente differenti.
Abbiamo quindi scelto dieci opere alle quali aggiungiamo NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor del 2026 che rappresenta idealmente il punto d’arrivo del nostro percorso. Non pretendono di fornire una storia neutrale del conflitto: alcune sono apertamente israeliane, altre palestinesi, alcune sono fiction, altre documentari e altre ancora sono state oggetto di discussioni e polemiche. È proprio mettendole una accanto all’altra che il cinema può aiutarci a formulare domande migliori.
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10 film per conoscere il conflitto israelo-palestinese, più NAZA
Prima di cominciare: cosa dobbiamo sapere
La storia non comincia il 7 ottobre 2023 e neppure con la nascita dello Stato di Israele nel 1948.
Per comprendere davvero ciò che vedremo sullo schermo dovremmo conoscere almeno alcuni passaggi: il movimento sionista nato nell’Europa di fine Ottocento, l’antisemitismo europeo, l’Impero ottomano, il Mandato britannico della Palestina, la Dichiarazione Balfour del 1917, le migrazioni ebraiche, le tensioni con la popolazione araba palestinese, la Shoah, il piano di partizione approvato dall’ONU nel 1947, la nascita di Israele e la guerra del 1948, che per i palestinesi coincide con la Nakba.
Poi arriveranno la guerra del 1967, l’occupazione israeliana di Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza, l’OLP, Settembre Nero, la guerra del Libano, le Intifade, gli accordi di Oslo, la crescita di Hamas, il ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza, il blocco, le ripetute guerre e infine il 7 ottobre 2023 e la devastante guerra di Gaza.
I film che seguono attraversano frammenti di questa storia.
Non guardiamoli chiedendoci soltanto:
“Chi ha ragione?”
Proviamo anche a domandarci:
“Da quale punto di vista mi stanno mostrando questa storia?”
È una domanda cinematografica e, contemporaneamente, storica.
1. Exodus – La nascita di Israele raccontata da Hollywood
Titolo: Exodus
Anno: 1960
Regia: Otto Preminger
Con: Paul Newman, Eva Marie Saint, Ralph Richardson
Durata: circa 3 ore e 28 minuti
Se vogliamo cominciare cronologicamente, Exodus è quasi inevitabile.
Non perché costituisca una ricostruzione neutrale della nascita dello Stato di Israele. Tutt’altro.
Il colossal di Otto Preminger, tratto dal romanzo di Leon Uris, rappresenta uno dei grandi esempi della narrazione cinematografica occidentale e filoisraeliana degli eventi che precedettero il 1948.
Di cosa parla
Paul Newman interpreta Ari Ben Canaan, membro dell’Haganah impegnato a condurre verso la Palestina centinaia di ebrei sopravvissuti alla persecuzione europea e trattenuti a Cipro dalle autorità britanniche.
Il viaggio della nave Exodus diventa il simbolo della volontà di costruire una patria ebraica.
Sul fondo troviamo il Mandato britannico, le organizzazioni sioniste, il terrorismo dell’Irgun, i rapporti con gli arabi e la guerra che accompagna la nascita di Israele.
Perché vederlo
Perché Exodus permette di capire come una parte dell’Occidente abbia raccontato la nascita di Israele.
Gli ebrei vengono presentati soprattutto come sopravvissuti che cercano una patria dopo secoli di persecuzioni culminate nella Shoah.
È un elemento storico fondamentale.
Ma il film concede molto meno spazio all’esperienza palestinese.
Ed è proprio questo limite a renderlo interessante all’interno del nostro percorso.
Guardandolo oggi possiamo contemporaneamente seguire la storia raccontata dal film e chiederci:
chi rimane fuori dall’inquadratura?
Quando arriveremo a Paradise Now, 5 Broken Cameras e No Other Land, quello spazio fuori campo diventerà protagonista.

2. Munich – Monaco 1972 e la spirale della vendetta
Titolo: Munich
Anno: 2005
Regia: Steven Spielberg
Con: Eric Bana, Daniel Craig, Ciarán Hinds, Geoffrey Rush
Il 5 settembre 1972 otto membri dell’organizzazione palestinese Settembre Nero penetrarono nel villaggio olimpico di Monaco.
La crisi terminò con la morte di undici membri della squadra olimpica israeliana.
Steven Spielberg parte da quell’evento e dalle successive operazioni israeliane contro uomini ritenuti collegati all’attentato.
Di cosa parla
Avner Kaufman viene incaricato di guidare una squadra israeliana clandestina.
La missione è individuare ed eliminare una serie di obiettivi palestinesi.
All’inizio sembra un’operazione precisa.
Poi qualcosa cambia.
Ogni uomo eliminato sembra essere sostituito da un altro.
Ogni attentato produce una rappresaglia.
Ogni rappresaglia genera nuovo odio.
Avner comincia a domandarsi dove finisca la giustizia e dove inizi la vendetta.
Perché vederlo
Perché Spielberg non realizza semplicemente un thriller sul Mossad.
Costruisce un film sulla spirale della violenza.
È uno dei temi che ritroveremo continuamente nel nostro percorso.
Terrorismo.
Rappresaglia.
Vendetta.
Sicurezza.
Paura.
Nuovo terrorismo.
Nuova rappresaglia.
Alla fine la domanda non riguarda più soltanto chi abbia iniziato.
Riguarda la possibilità stessa di interrompere il meccanismo.
3. Waltz with Bashir – Quando un soldato non riesce più a ricordare
Titolo: Waltz with Bashir – Valzer con Bashir
Anno: 2008
Regia: Ari Folman
Genere: documentario d’animazione
Uno dei film più straordinari dell’intero percorso.
Ari Folman era un giovane soldato israeliano durante la guerra del Libano del 1982.
Anni dopo scopre di non riuscire a ricordare parti fondamentali di quell’esperienza.
Di cosa parla
Un amico racconta a Folman un incubo ricorrente.
Ventisei cani lo inseguono.
Da quella conversazione riemerge qualcosa.
Folman comincia allora a cercare i propri ex commilitoni.
Intervista.
Ricorda.
Ricostruisce.
E lentamente torna verso uno degli episodi più terribili di quella guerra: il massacro di Sabra e Shatila, compiuto da milizie falangiste libanesi nei campi profughi palestinesi mentre l’esercito israeliano controllava l’area circostante.
Perché vederlo
Perché qui il conflitto viene osservato attraverso memoria, trauma e responsabilità.
Il protagonista non cerca di dimostrare di essere innocente.
Cerca di ricordare.
E il cinema d’animazione permette a Folman di rappresentare qualcosa che una normale ricostruzione realistica probabilmente non avrebbe saputo mostrare con la stessa potenza.
La guerra diventa sogno, incubo e rimozione.
Fino al finale.
Dove l’animazione improvvisamente non basta più.

4. Paradise Now – Dentro la mente di due aspiranti attentatori
Titolo: Paradise Now
Anno: 2005
Regia: Hany Abu-Assad
Paese: Palestina
Said e Khaled sono due giovani palestinesi di Nablus.
Vengono scelti per compiere un attentato suicida a Tel Aviv.
Di cosa parla
I due trascorrono quella che dovrebbe essere la loro ultima giornata.
Vengono preparati.
Vestiti.
Filmati mentre pronunciano il messaggio che verrà diffuso dopo la loro morte.
Poi qualcosa va storto.
I due vengono separati.
E nelle ore successive le certezze cominciano a incrinarsi.
Perché vederlo
Perché affronta una domanda estremamente difficile:
come può una persona arrivare ad accettare di morire pur di uccidere altri esseri umani?
Il film non ci obbliga a considerare giustificabile quella scelta.
Ci costringe però a guardare l’ambiente umano, politico e psicologico nel quale quella scelta matura.
Ed è una distinzione fondamentale.
Comprendere non significa assolvere.
Ma senza comprendere le cause di un fenomeno diventa molto difficile impedirne la ripetizione.
5. Lemon Tree – Il conflitto raccontato attraverso un limoneto
Titolo: Lemon Tree
Anno: 2008
Regia: Eran Riklis
Con: Hiam Abbass
Dopo terrorismo, servizi segreti e guerre, improvvisamente incontriamo degli alberi.
Ed è proprio questo a rendere Lemon Tree prezioso.
Di cosa parla
Salma Zidane è una vedova palestinese che vive in Cisgiordania.
Accanto alla sua casa si trasferisce il ministro della Difesa israeliano.
I servizi di sicurezza stabiliscono che il limoneto di Salma rappresenta un possibile rischio: qualcuno potrebbe nascondersi tra gli alberi.
La soluzione proposta è abbatterli.
Salma decide di opporsi.
Perché vederlo
Perché rende comprensibile qualcosa che statistiche e mappe faticano a raccontare.
Il conflitto può significare:
un muro;
un permesso;
una strada;
una casa;
un terreno;
un ulivo;
un limone.
Questioni apparentemente minuscole diventano enormi quando territorio e sicurezza entrano nella vita quotidiana.
6. 5 Broken Cameras – Cinque telecamere per raccontare un villaggio
Titolo: 5 Broken Cameras
Anno: 2011
Regia: Emad Burnat, Guy Davidi
Genere: documentario
Emad Burnat è un contadino palestinese del villaggio cisgiordano di Bil’in.
Compra una videocamera per filmare la crescita del figlio.
Ma davanti alla sua casa sta succedendo qualcos’altro.
Di cosa parla
La barriera israeliana modifica il territorio intorno al villaggio.
Cominciano le proteste.
Burnat filma.
Una telecamera viene distrutta.
Poi un’altra.
Poi un’altra ancora.
Cinque videocamere scandiscono diversi periodi della sua vita e della protesta.
Perché vederlo
Perché qui non abbiamo attori.
La telecamera è dentro gli eventi.
Vediamo manifestazioni, soldati, arresti, paura e quotidianità.
Ma vediamo anche bambini crescere mentre tutto questo avviene intorno a loro.
È forse uno dei film più efficaci per capire che un conflitto che per noi occupa qualche minuto del telegiornale può rappresentare l’intera infanzia di qualcun altro.
7. The Gatekeepers – Parlano gli uomini che hanno diretto lo Shin Bet
Titolo: The Gatekeepers
Anno: 2012
Regia: Dror Moreh
Genere: documentario
Questo è uno dei film che non toglierei mai dalla lista.
Perché a parlare sono sei ex direttori dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano.
Non osservatori esterni.
Non militanti palestinesi.
Uomini che hanno occupato alcune delle posizioni più delicate dell’apparato di sicurezza israeliano.
Di cosa parla
Attraverso le loro testimonianze vengono affrontati terrorismo, interrogatori, operazioni mirate, occupazione, Prima e Seconda Intifada e processo di pace.
Gli intervistati riflettono sulle decisioni prese e sulle conseguenze politiche di decenni di gestione prevalentemente militare del conflitto.
Perché vederlo
Perché mostra una distinzione spesso perduta nel dibattito pubblico.
Si può considerare indispensabile la sicurezza di Israele e contemporaneamente interrogarsi sulle conseguenze delle politiche utilizzate per garantirla.
Quando queste domande vengono poste da uomini che hanno diretto lo Shin Bet acquistano inevitabilmente un peso particolare.

8. Omar – Amore, checkpoint e tradimento
Titolo: Omar
Anno: 2013
Regia: Hany Abu-Assad
Omar è un giovane panettiere palestinese.
Per incontrare Nadia deve scavalcare il muro di separazione.
Già questa immagine racconta quasi tutto il film.
Di cosa parla
Omar, Tarek e Amjad decidono di compiere un attacco contro soldati israeliani.
Omar viene arrestato.
Un agente dello Shin Bet gli propone una scelta.
Collaborare oppure affrontare una lunga detenzione.
Da quel momento nessuno sa più di chi potersi fidare.
Perché vederlo
Perché Omar utilizza i meccanismi del thriller per raccontare gli effetti dell’occupazione sulle relazioni umane.
Amicizia.
Amore.
Fiducia.
Gelosia.
Collaborazionismo.
Tradimento.
La politica non rimane fuori dalla vita privata.
Entra dentro di essa e la modifica.
9. No Other Land – Masafer Yatta davanti alla telecamera
Titolo: No Other Land
Anno: 2024
Regia: Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, Rachel Szor
Genere: documentario
Qui incontriamo per la prima volta insieme due nomi che ritroveremo alla fine del percorso: Yuval Abraham e Rachel Szor.
Il documentario è stato realizzato da un collettivo palestinese-israeliano.
Di cosa parla
Basel Adra documenta per anni ciò che accade nelle comunità palestinesi di Masafer Yatta, nella Cisgiordania occupata.
Case demolite.
Scuole.
Strade.
Sgomberi.
Interventi dell’esercito.
Accanto a lui c’è Yuval Abraham, giornalista israeliano.
Tra i due nasce un rapporto che diventa esso stesso parte del film.
Perché vederlo
Perché non presenta israeliani e palestinesi come due blocchi umani inevitabilmente contrapposti.
Basel e Yuval appartengono a due comunità diverse e vivono condizioni radicalmente differenti.
Ma lavorano insieme.
È forse uno dei messaggi più importanti dell’intera rassegna.
Le identità non determinano automaticamente ciò che una persona deve pensare.
10. Argo – Una deviazione volutamente forzata
Titolo: Argo
Anno: 2012
Regia: Ben Affleck
Con: Ben Affleck, Bryan Cranston, Alan Arkin, John Goodman
Lo diciamo immediatamente:
Argo non è un film sul conflitto israelo-palestinese.
La sua presenza in questa selezione è quindi, per così dire, un’aggiunta volutamente forzata.
Perché inserirlo?
Perché arrivati agli ultimi decenni diventa impossibile comprendere gli equilibri regionali ignorando l’Iran.
Di cosa parla
Nel 1979 la rivoluzione iraniana rovescia lo Scià Mohammad Reza Pahlavi.
Militanti iraniani occupano l’ambasciata statunitense a Teheran e prendono in ostaggio decine di cittadini americani.
Sei diplomatici riescono però a fuggire e trovano rifugio nell’ambasciata canadese.
La CIA organizza allora un piano incredibile.
Fingere che i sei siano membri di una troupe cinematografica canadese arrivata in Iran per cercare location per un film di fantascienza chiamato Argo.
Perché lo abbiamo inserito
Non per spiegare le origini del conflitto israelo-palestinese.
Quelle sono precedenti.
Argo ci serve per introdurre un’altra grande frattura mediorientale.
La rivoluzione del 1979 trasforma profondamente l’Iran e il rapporto con gli Stati Uniti.
Negli anni successivi Teheran diventerà un attore centrale nello scenario regionale e nel confronto con Israele, sostenendo organizzazioni e alleati che avranno un ruolo diretto anche nel conflitto israelo-palestinese.
Argo è quindi una parentesi.
Una deviazione.
Forzata, se vogliamo.
Ma utile per ricordarci che, arrivati al XXI secolo, Gaza non può più essere compresa guardando esclusivamente Gaza, Israele e Cisgiordania.
11. NAZA – Guardare la guerra dall’interno del sistema
Titolo: NAZA
Anno: 2026
Regia: Yuval Abraham, Rachel Szor
Durata: 80 minuti
Genere: documentario
E arriviamo al presente.
NAZA viene girato di notte sui tetti di Tel Aviv.
A parlare sono membri ed ex membri degli apparati militari e d’intelligence israeliani.
I loro volti sono spesso nascosti.
Le loro parole no.
Di cosa parla
Il documentario cerca di ricostruire dall’interno i sistemi utilizzati durante la guerra di Gaza successiva agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.
Le testimonianze affrontano selezione degli obiettivi, intelligence, utilizzo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale e soprattutto il modo nel quale la morte dei civili viene incorporata nei processi decisionali militari.
Il titolo stesso rimanda al linguaggio utilizzato per indicare il danno collaterale.
Non osserviamo quindi soltanto una bomba cadere.
Entriamo, per quanto possibile, nel processo che precede quella bomba.
Perché NAZA ha provocato tante polemiche
Il film prende una posizione molto netta.
Non finge neutralità.
Abraham e Szor sono israeliani e dichiarano di avere realizzato il film proprio perché sentivano il dovere di utilizzare la propria posizione per esaminare dall’interno i sistemi responsabili, secondo la loro ricostruzione, dell’uccisione di civili palestinesi.
Una parte delle critiche riguarda proprio questa impostazione: l’anonimato delle fonti, la selezione delle testimonianze, il contesto lasciato fuori dal film e la lettura complessiva proposta dagli autori sono stati oggetto di discussione.
Sono questioni che possono e devono essere discusse.
Un documentario non diventa indiscutibile perché affronta una tragedia.
Ma esiste un’altra questione.
Quando contestare un film rischia di significare contestare il diritto di mostrarlo
Le polemiche diventano più difficili da comprendere quando non riguardano più la precisione di una singola ricostruzione, il montaggio o il metodo documentaristico, ma sembrano mettere in discussione il fatto stesso che un artista debba portare sullo schermo ciò che ritiene necessario mostrare.
Il lavoro di un autore non consiste nel proteggere lo spettatore dalla realtà.
Può consistere esattamente nel contrario:
costringerlo a guardarla.
Questo non rende automaticamente vera ogni affermazione contenuta in un documentario.
Ma significa riconoscere al cinema il diritto di investigare, accusare, provocare e disturbare.
Soprattutto quando l’opera nasce con una finalità che appare innanzitutto antibellica.
NAZA non è un film che invita alla guerra contro Israele.
È realizzato da due autori israeliani che rivolgono lo sguardo verso la propria società e si interrogano sui meccanismi attraverso i quali una guerra può rendere accettabile ciò che prima sembrava inaccettabile.
È una distinzione enorme.
Il cinema contro la disumanizzazione
Abraham e Szor pongono una domanda che attraversa in realtà molti dei film che abbiamo visto:
come diventa possibile smettere di vedere l’altro come un essere umano?
È la stessa domanda che aleggia dietro Waltz with Bashir.
Dietro Paradise Now.
Dietro The Gatekeepers.
Dietro No Other Land.
Ed è probabilmente la domanda fondamentale di tutto il cinema antibellico.
Non:
“Quale popolo è cattivo?”
Ma:
“Cosa accade agli esseri umani quando l’altro diventa soltanto un bersaglio?”
Perché chiudere proprio con NAZA
Perché siamo partiti da Exodus, dove la nascita di Israele viene raccontata attraverso la necessità di dare finalmente una patria a un popolo perseguitato.
E arriviamo a un film realizzato da israeliani che si interrogano sulle sofferenze inflitte ai palestinesi dal proprio Paese.
Tra i due film ci sono più di sessant’anni.
E forse l’intero senso della nostra rassegna.

Undici film non bastano: ed è proprio questo il punto
Potremmo continuare.
Potremmo aggiungere Foxtrot, The Attack, Bethlehem, Ajami, Inch’Allah, The Insult, Gaza Mon Amour, Farha, 200 Meters, The Present e molti altri.
E ogni nuovo film sposterebbe ancora leggermente il nostro punto di osservazione.
È il motivo per cui non abbiamo assegnato un vincitore.
Non esiste un “miglior film per capire chi ha ragione”.
Esistono opere che permettono di vedere pezzi differenti di una storia enormemente complessa.
In quale ordine guardarli
Se vogliamo trasformare la selezione in un piccolo cineforum, seguiremmo questo ordine:
Exodus → Munich → Waltz with Bashir → Paradise Now → Lemon Tree → 5 Broken Cameras → The Gatekeepers → Omar → No Other Land → Argo → NAZA.
Argo costituisce deliberatamente l’eccezione cronologica e tematica: possiamo anche guardarlo separatamente come intermezzo sull’Iran e sulla trasformazione degli equilibri mediorientali.
Il percorso principale conduce invece naturalmente da Exodus a NAZA.
Dalla fondazione di uno Stato.
Alla guerra.
Dal terrorismo alla rappresaglia.
Dall’occupazione ai checkpoint.
Dai servizi segreti alla vita quotidiana.
Dalla memoria dei soldati alla telecamera di un contadino.
Fino agli algoritmi e all’intelligenza artificiale utilizzati nella guerra contemporanea.
Il film più importante potrebbe essere quello che contraddice quello precedente
Guardando queste opere una dopo l’altra noteremo qualcosa.
Non raccontano la stessa storia.
Ed è bene che sia così.
Exodus ci porta vicino all’esperienza ebraica.
Paradise Now ci porta dentro quella palestinese.
The Gatekeepers parla attraverso i vertici della sicurezza israeliana.
5 Broken Cameras attraverso la telecamera di un palestinese.
No Other Land prova a far convivere nello stesso film le due prospettive.
NAZA porta due cineasti israeliani a rivolgere la macchina da presa verso il proprio apparato militare.
Il cinema diventa interessante proprio quando un’opera impedisce alla precedente di trasformarsi nell’unica versione possibile della realtà.
Il messaggio più semplice e più difficile
Alla fine di undici film potremmo non avere una risposta definitiva sul conflitto israelo-palestinese.
Probabilmente avremo molte più domande.
Ma forse avremo acquisito qualcosa di più importante.
Avremo visto persone.
Non soltanto israeliani.
Non soltanto palestinesi.
Non soltanto soldati.
Non soltanto terroristi.
Non soltanto vittime.
Persone.
Famiglie.
Figli.
Madri.
Paure.
Errori.
Vendette.
Case.
Memorie.
E morti.
Il cinema antibellico, quando funziona, compie esattamente questa operazione.
Restituisce un volto a ciò che la guerra trasforma inevitabilmente in numero.
Ed è forse proprio per questo che opere come NAZA possono risultare tanto scomode.
Perché una guerra ha bisogno di semplificare.
Il cinema, quando è libero, può fare esattamente il contrario.
🔎 Come realizziamo le nostre guide
Le nostre selezioni cinematografiche non vengono costruite soltanto sulla popolarità dei titoli. Verifichiamo anno, regia, contesto storico, trama, riconoscimenti e rapporto dell’opera con gli eventi che racconta, consultando fonti cinematografiche, archivi, festival e documentazione disponibile.
In una rassegna dedicata al conflitto israelo-palestinese abbiamo inoltre cercato deliberatamente opere provenienti da prospettive differenti: israeliane, palestinesi e internazionali, fiction e documentari.
Un film non è un manuale di storia e un documentario non deve essere considerato automaticamente una ricostruzione definitiva degli eventi. Le opere cinematografiche selezionano immagini, testimonianze e punti di vista. Proprio per questo consigliamo di utilizzare questa rassegna come punto di partenza, confrontando ciò che vediamo con fonti storiche e documentarie indipendenti.
Per NAZA, opera del 2026 e quindi ancora al centro del dibattito contemporaneo, abbiamo considerato anche la presentazione ufficiale della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e il dibattito critico successivo all’uscita.
Data revisione: 5 ottobre 2026




